TAPPE DEL PROCESSO DI ISTITUZIONE DI UN PARCO

Quanto più approfondiamo l’iter per la creazione del Parco Nazionale del Locarnese, tanto più riscontriamo un aggravio della responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare sull’utilizzo degli ingenti contributi finanziari messi a disposizione del progetto e sulla correttezza delle procedure di consultazione e di istituzione.

Iniziamo con l’esaminare il rapporto esplicativo dell’ordinanza sui parchi, che menziona chiaramente come sia necessario sondare l’accettazione del progetto nella popolazione nel corso della prima fase di progettazione. Sondaggio o votazione popolare che perciò sarebbe dovuta avvenire durante lo scorso decennio, ma di cui non vi è traccia. Siamo ben consapevoli che sia piuttosto inopportuno andare in votazione popolare su un tema di questo genere senza un progetto concreto. Ciononostante, la questione è diversa se rapportata ai consigli comunali, ai quali non è mai stata offerta un’istruttoria in merito e nemmeno è stata concessa l’opportunità di esprimere formalmente la volontà di adesione. Se poi pensiamo a come si sia interposto il progetto rispetto a questi ultimi, non possiamo che sospettare una forzatura prodotta ad hoc per permettere che tutto filasse liscio fino alla quasi conclusione del progetto, per poi tacitare tutti con il principio di supremazia dell’ente superiore, nel nostro caso il Cantone.  Ricordiamo che alcuni comuni fortemente contrari sono stati in grado di esprimersi in questo modo rigettando il progetto. Altri che probabilmente erano tecnicamente meno preparati hanno tentato, ma le risposte dei corrispondenti esecutivi, istruiti a dovere dopo la disfatta nei comuni valmaggesi, non hanno permesso di costruire nulla di concreto.

Come è possibile che un progetto del genere sia stato gestito da cerchie ristrette senza coinvolgere gli organi legislativi, nonostante i comuni abbiamo sostenuto finanziariamente la progettazione di questo parco? Come è possibile si sia da subito e ostinatamente perseguito un modello di parco nazionale senza mettere in discussione l’opzione di un modello di parco regionale?

Francamente, tenendo conto delle risposte giunte alle nostre domande, nonché della modalità di lavoro adottata dai fautori, ci sembra che a governare la nave sia stato l’interesse personale di pochi, che ha subordinato le esigenze e vere aspettative di sviluppo della nostra regione. Non è possibile che non ci si sia accorti della conflittualità delle leggi e ordinanze federali in materia di parchi, ricordiamo che le stesse sono in totale contrasto con quanto decantato dai promotori e che queste sono pensate proprio per provocare a medio – lungo termine gli effetti contrari rispetto a quelli che dovrebbero riportare vitalità alla tona rurale. Quindi, leggendo fra le righe, costatiamo come si siano spesi anni di lavoro e ingenti somme di denaro pubblico per la presentazione di un progetto che non è degno di essere tale; e che tutto ciò è stato fatto unicamente per assecondare lo scopo prefissato da ProNatura e, in sostanza, per portare a casa il ghiotto premio di un  milione di franchi.

A titolo di esempio virtuoso, riprendiamo il previsto progetto di parco regionale della Calanca, il quale prevederà giustamente la chiamata alle urne durante la prima fase, a compimento dello studio di fattibilità. In caso di accettazione, una seconda votazione verrebbe fatta per esprimersi per la concretizzazione del parco secondo il progetto realizzato. Così si procede secondo le direttive, e così si sarebbe dovuto procedere anche per il PNL.

Recentemente uno dei nostri impegni è stato quello di denunciare la tecnica di istituzione del parco in seno agli uffici patriziali, la cui procedura è stata caratterizzata da scorrettezze amministrative e vizi di forma analoghi a quanto successo nei comuni. Le autorità competenti stesse non hanno mai voluto fornire chiare indicazioni scritte circa le modalità di adesione da parte degli stessi uffici patriziali, anzi, si sono limitate ad osservare come l’adesione da parte di un Patriziato sia di carattere politico.

Eh già! di fatto lo strumento che permetterebbe un vero e proprio esproprio è il PUC (Piano di Utilizzazione Cantonale) e questo è stato abilmente mascherato ponendo in primo piano la consultazione del progetto parco che di fatto non ha alcuna valenza sino alla votazione popolare. L’oggetto in votazione si riferirà sempre al concetto di utilizzazione che è ancorato nelle linee guida del PUC, documento al quale si sarebbe dovuto fare opposizione in prima istanza. Infatti, sfruttando la forza del PUC sarebbe teoricamente possibile costituire il PNL anche nei comuni laddove la votazione avesse un esito negativo. Naturalmente contiamo sul fatto che una tale prova di forza dittatoriale non venga applicata.

Da quanto affermato nei vari scambi di corrispondenza di cui abbiamo ottenuto copia, si evince inoltre che il progetto funge da precursore per l’instaurazione di una posizione dominante da parte della Confederazione e del Cantone rispetto agli attuali gestori (comuni e patriziati), con l’obiettivo ultimo di assumere il controllo, in particolare delle risorse naturali. La medesima tecnica citata è stata utilizzata dopo la seconda guerra mondiale per accaparrarsi lo sfruttamento delle risorse idriche e lucrare sui deflussi dei nostri corsi d’acqua tramite la costruzione di dighe e prese idroelettriche, provocando veri e propri dissesti idrogeologici alle nostre valli, tema sul quale il silenzio degli ultimi anni è piuttosto assordante.

Giusto per ulteriore chiarezza su quali sono gli intenti celati nel progetto dai fautori, abilmente inseriti nelle varie documentazioni, ritroviamo nel piano di gestione del PNL (e persino nel PUC!) l’affermazione con la quale si prevede il riallacciamento di Bosco Gurin a seguito della fusione dei comuni della Rovana con Cevio. Ricordiamo che questi si erano già espressi in maniera contraria all’adesione e di fatto qui abbiamo la prova tangibile che il progetto di “democratico” ha solo il nome.

Altro tratto interessante del progetto è il documento “concetto energetico del parco” (ripreso pari-pari nel PUC), che getta concretamente le basi per uno sfruttamento territoriale tramite impianti geotermici di profondità, fotovoltaici e sistemi idroelettrici, in barba alla priorità di salvaguardia della biosfera che il buon senso suggerirebbe di seguire, specialmente in un territorio dagli alti valori naturalistici e paesaggistici. Qualcuno ha dimenticato i disastri delle perforazioni a scopo geotermico nella regione di Basilea?

Il parco viene presentato dunque alla popolazione come un machiavellico progetto per la rivalutazione delle zone periferiche, ma i reali scopi e interessi statali restano celati nelle retrovie: l’approvvigionamento energetico, il contro-bilanciamento di quote di emissione CO2 nei confronti dell’Unione Europea, eccetera. Il PNL si erge le sue lusinghe e le sue ciniche manovre di persuasione, a paladino-salvatore delle zone periferiche. Rappresenta invece a tutti gli effetti un colossale un cavallo di Troia che metterà a repentaglio la qualità di vita e la demografia delle regioni discoste, realizzando la visione delle organizzazioni fondamentaliste che intendono allontanare le popolazioni alpine per fare posto a una natura in libera evoluzione.