IL PARCO, LA SUA POLITICA E DA DOVE VIENE

Quando si sente parlare di progetto Parco nazionale tutti pensano subito ad una questione circoscritta in un’area o zona al di fuori della quale si è al sicuro da vincoli e divieti e non ci si sente direttamente coinvolti.

Sebbene con questo articolo susciteremo opinioni diverse fra di voi riteniamo davvero importante potervi informare sul perché è nata la politica di istituzione di parchi nazionale e quale è il suo scopo e chi favorisce. I parchi nazionali come noto sono dei comprensori di estensioni minime, ma variabili fino a raggiungere quantità di km2 pari all’intera nazione Svizzera, basti pensare ai grandi parchi del nord America o all’amazzonia che nascono per proteggere la biodiversità dallo sfruttamento delle grandi industrie che hanno, per esempio, praticato disboscamenti selvaggi indisturbati per anni.

Ovviamente di fronte all’opinione pubblica vieppiù sensibile alle questioni ambientali, è facile dunque presentare un progetto a favore della protezione ambientale. Anche da parte nostra il sostegno a queste azioni di tutela è corrisposto laddove è necessario.
L’attuazione di parchi in Europa nasce nell’ultimo ventennio e si sta evolvendo di pari passo con l’attuazione degli accordi sul clima, noti come Montreal, Kyoto, Copenaghen e Parigi dove si discute cercando soluzioni che contrastino il progressivo riscaldamento globale. Nelle diverse proposte, idee e sistemi per “risolvere” questo problema figura l’aumento e la protezione dei cosiddetti “pozzi di assorbimento” di CO2, ossia, qui in Svizzera, si tratterebbe di zone soprattutto boschive e/o montane che, tramite il processo di fotosintesi, assorbono del CO2 aiutando a diminuire il rapporto immissione/assorbimento. Per ottenere questo tipo di “certificazione”, queste zone devono però sottostare a regole ben precise (Forest management). Una volta queste zone sono “certificate”, acquistano un valore enorme e diventano preziosa merce di scambio per gli stati firmatari degli accordi con le grandi industrie. La valuta è espressa in $/tCO2, ovvero dollari per tonnellata di CO2 assorbita, e diventano dei “Carbon Credits” o “quote di immissione” che vengono immesse sul mercato per venire poi acquistate dalle industrie più inquinanti per bilanciare le loro emissioni di CO2 (vedi l’Ordinanza sul CO2, N 641.711 del 30 novembre 2012).

Questo meccanismo va benissimo ed è logico fintanto che si vuole proteggere delle zone che sono soggette a deforestazione e quindi EFFETTIVAMENTE a rischio come ad esempio in Amazzonia. Questo principio tuttavia non trova riscontro nelle nostre zone alpine e tantomeno in quelle interessate dal PNL in quanto il loro problema principale è proprio quello della propagazione del bosco, e le regole di protezione vigenti sono già più che sufficienti per una tutela delle foreste. Il vero obiettivo al quale la Confederazione sta mirando è quindi quello di creare un nuovo perimetro dove generare certificazioni cosmetiche per ottenere crediti da barattare con nazioni e industrie estere. Questo a scapito del popolo ticinese che si vedrà in un secondo tempo istituire la fase 2 del progetto che prevede di inglobare la valle Rovana, poi la Valle Bavona, e la valle Lavizzara fino ad arrivare al massiccio del Gottardo dove il piano originale prevedeva il congiungimento con l’ormai defunto parc Adula.

L’aspetto peggiore di tutta questa faccenda è che i sostenitori del progetto, plagiati da una politica ambientale condivisibile per principio, vengono allo stesso tempo raggirati sui veri obiettivi che il Parco intende perseguire e che incastonerà nella gestione del nostro territorio. Basti pensare alla descrizione stessa delle definizioni “Parco nazionale” e “Parco naturale regionale” nella relativa ordinanza Opar, per renderci conto che qualcosa non torna. Nel frattempo i promotori continuano imperterriti nel biasimarci dandoci dei bugiardi, quando in realtà la verità è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere.

Le nostre esigenze economiche non sono quelle di farci espropriare il terreno dietro casa a favore di una qualche multinazionale che con il sotterfugio dei “carbon credits” potrà andare avanti ad inquinare indisturbata. Semmai intedessimo intraprendere qualcosa di concreto, dovremmo costruire il futuro su una base rispettosa delle vere esigenze, retta dalle giuste leggi. Dobbiamo evitare di appoggiarci su una mescolanza di argomenti e obiettivi che null’altro servono se non creare contrapposizioni giuridiche interpretabili a favore dei futuri gerenti del territorio. Lo sviluppo regionale per essere sano e sostenibile deve essere anche autosufficiente e solido, non possiamo creare il futuro su una base sussidiaria che ci renderà ricattabili a discrezione dei potenti!