Analisi della sconfitta del progetto in un’intervista con S. Rusconi concessa a La Regione.

 

 

Analisi della sconfitta del progetto in un’intervista con S. Rusconi concessa a La Regione.

1) Qual’è il suo rapporto col territorio del “mancato” Parco Nazionale del Locarnese?

Sono nato e cresciuto sulla montagna sovrastante Locarno. I miei genitori erano di origine brissaghese-losonese (la madre) e veruaschese (il padre). Mi sono diplomato alla Magistrale, ho insegnato per due anni a Locarno ed ho mantenuto il domicilio fino all’età di 30 anni. Poi la carriera accademica mi ha portato altrove, ma ho ancora affetti e famiglia nel Locarnese. Avendo accompagnati mio padre nella caccia ed essendo stato un assiduo pescatore di torrente, conosco ogni anfratto delle valli principali e laterali. Nella campagna non sono mancati coloro che hanno cercato di screditarmi dandomi dell’estraneo, senza conoscere le mie vere origini.

2) Cosa l’ha spinta a entrare a far parte del gruppo di opposizione, del quale è diventato la figura trainante?

Il mio spirito schiettamente rurale, unitamente alla mia formazione scientifica mi inducevano a essere contrario già al progetto Park Adula. Ho però rinunciato a prendere posizione pubblicamente per dovere di lealtà con il mio datore di lavoro (il Cantone). Dopo il pensionamento (aprile 2017) mi sono interessato a sapere se vi fosse un comitato contro il progetto PNL. Ho aderito all’associazione nel settembre 2017. Non mi considero una figura “trainante” poiché l’energia e l’intelligenza degli altri membri del piccolissimo comitato sono state davvero immensa ed ho imparato più io da loro che non il contrario. Avevo dalla mia parte una certa abitudine a dibattere in pubblico, maturata durante la mia carriera accademica.

3) Qual’è stata la “ricetta” che ha permesso, ai “no”, di spuntarla in votazione? L’aver fatto leva su paure e restrizioni è stata la mossa decisiva?

Chiariamo subito una cosa: NON abbiamo fatto leva su paure e restrizioni, bensì sulle incongruenze del progetto, che faceva acqua da tutte le parti. A una prima lettura ne avevo identificate una quindicina. Ne abbiamo utilizzante meno di un terzo! La colpa della sconfitta è dei progettisti che, dall’alto della loro supponenza, erano assolutamente impreparati ad affrontare argomentazioni solide e oggettive. Quelle che venivano inizialmente etichettate come assurde illazioni si sono dimostrate tutte vere, e questo è stato ammesso a denti stretti nei dibattiti. La nostra ricetta è stata: sottoporre sempre i nostri testi alla mutua lettura critica e garantire che tutte le affermazioni fossero sostenibili con documentazione oggettiva.

4) Come si sono comportati, a suo avviso, i media, nei mesi precedenti il voto? 

I media erano generalmente a nostro sfavore poiché essere contrari era diventato una specie di reato d’opinione. Il bombardamento massiccio degli ultimi dieci giorni al quale non ci fu concesso di replicare è solo un piccolo esempio di questo schieramento. L’unica testata che ha ospitato con generosità i nostri argomenti è stata Il Paese. Sono emersi per imparzialità solo la RSI e La Rivista Locarnese e (all’inizio) anche l‘Agricoltore ticinese. Persino dopo la votazione abbiamo dovuto assistere nei media ad un pietoso spettacolo agiografico e moralista per il Sì. Una modalità che indirettamente ha nuovamente etichettato come imbecilli e sprovveduti gli oltre 4000 cittadini che hanno votato No. Un atteggiamento assolutamente disdicevole.

5) Quanto è costata la vostra campagna e, soprattutto, chi ne ha sostenuto i costi (filmati, insegne, pubblicazioni a tutti i fuochi, ecc…)?

Meno di 20’000 franchi, in buona parte di tasca propria e in parte proveniente da singoli privati o associazioni che ci hanno sostenuto e che, vista l’accezione di reato d’opinione che colorava i contrari, desiderano mantenere l’anonimato. Gli striscioni sono stati spesati da chi li ha esposti. I favorevoli avevano invece l’appoggio di tutte le autorità e una montagna di soldi da spendere. Ciò senza contare i dieci anni di auto-propaganda e i tentativi di acquisizione di simpatia attraverso i famosi 150 progetti-esca. Quindi è stata una battaglia condotta con i 20’000 fr di tasca propria contro le centinaia di migliaia di fr di soldi pubblici spesi inutilmente per il Sì.

6) Secondo Lei, quale alternativa di sviluppo si potrà mettere in campo per consentire alle valli di non finire trasformate in museo a cielo aperto? Come se le immagina tra un decennio?

La nostra associazione sta riflettendo a come valorizzare la grande solidarietà rurale emersa dalla votazione attraverso una piattaforma di intermediazione. Questo forte sentimento di autodeterminazione potrebbe essere l’ingrediente del rilancio se le autorità locali e cantonali sapranno comprenderlo e cavalcarlo. Il museo a cielo aperto si sarebbe concretizzato proprio attraverso il PNL. Sventata questa minaccia imminente, dovremo richiamare chi detiene il compito di promuovere le regioni periferiche (l’Ente Regionale di Sviluppo) a svolgere il proprio compito senza cullare sogni impossibili.

7) Chi finanzierà quei microprogetti dei quali il Parco si era fatto sostenitore e che i Comuni, con le loro limitate risorse, da soli ora non potranno certo pagare?

Se scorrete la lista, vedrete che circa 100 dei famosi 150 progetti non avevano una valenza economica. Questo concetto è stato ammesso dai progettisti anche durante un piccolo incontro a Ronco sopra Ascona. Dei rimanenti 50, 30 sono stati sostenuti dalla piattaforma di crowd funding e non dai soldi del PNL. I rimanenti 20 sarebbero un compito specifico dell’ERS e della Politica economica regionale. Quindi non cambia assolutamente niente.

8) Nelle serate pubbliche di avvicinamento al voto Lei ha più volte citato acronimi di  “gruppi o associazioni” di interesse sovrannazionale che, dalla nascita del Parco, avrebbero tratto beneficio. Cosa c’è di vero?

In primis troviamo la potentissima IUCN (International union for nature conservation con un budget di oltre 100 milioni annuali). Fra gli scopi di questa associazione c’è la creazione di parchi ad alta protezione attraverso lo spostamento di popolazioni (fatti già ripetutamente riscontrati in Africa). La IUCN non si presenta e non agisce quasi mai in prima persona, ma attraverso i propri affiliati (vedi ProNatura, Mava eccetera). L’importanza della IUCN è stata menzionata dalla stessa Silva Semadeni nell’intervista post votazione. Inoltre, ci sono gli accordi internazionali che obbligherebbero la Svizzera a decretare la protezione di vaste zone di protezione incompatibili con il nostro territorio e la nostra tradizione (vedi accordi AICHI menzionati dal presidente di Rete Parchi svizzeri Stefan Müller). Siamo sempre stati derisi e sbeffeggiati per queste nostre spiegazioni, dovendo poi costatare come queste vengano però regolarmente confermate da persone al di sopra di ogni sospetto.

9) Secondo Lei in Svizzera c’è ancora spazio per un secondo Parco nazionale?

Ciò che vale per le nostre valli, vale anche per il rimanente della Svizzera. I parchi nazionali così come concepiti (che sono “di nuova generazione” solo di nome) NON sono compatibili con il territorio svizzero. Tant’è che TUTTI i progetti sono falliti. La votazione del Locarnese ha valenza nazionale poiché impone un verdetto definitivo su questa modalità. Ora tocca alle autorità federali riflettere su come impostare il discorso della tutela della natura in maniera DAVVERO conciliabile con lo sviluppo economico delle regioni periferiche.