No perché il concetto di parco con zone centrali, anche se “di nuova generazione” si basa comunque su principi obsoleti

Un principio cardine per molti fautori delle riserve di inselvatichimento progressivo o completo e ad accesso limitato è che vi sia un’incompatibilità di fondo fra l’attività dell’essere umano e la biodiversità. Effettivamente se pensiamo agli eccessi manifestati specialmente a partire dall’era industriale questo ragionamento sembra plausibile. Invece non lo è in maniera categorica. Infatti lo sfruttamento sostenibile del territorio può portare ad una biodiversità che è in perfetto equilibrio ed in alcuni casi persino di natura migliore di quella osservata in ambienti totalmente selvatici. Basti pensare alla biodiversità offerta dai prati falciati regolarmente o dagli alpi che da secoli sono sottoposti ad estivazione di bovini o caprini. Basti pensare a cosa succede quando questi spazi vengono abbandonati e a quanto tempo occorra per ripristinare una nuova biodiversità I secoli di gestione agricola diffusa delle Prealpi sono i testimoni ormai quasi silenziosi di questa convivenza armoniosa fra uomo e natura.

Quindi il principio che propone l’inselvatichimento programmato e la protezione assoluta non è sempre la strada giusta per garantire condizioni ambientali equilibrate. Se passiamo in rassegna l’elenco dei collaboratori che hanno contribuito alla redazione del PDG notiamo che vi sono diverse persone che per formazione hanno rilevanti cognizioni di causa sulla biologia. È quindi piuttosto sorprendente che nel PDG non vi sia un accenno alla relativizzazione del principio di base secondo cui l’inselvatichimento produrrebbe automaticamente una biodiversità “ migliore”.

Ad esempio nel capitolo dedicato alla caccia [1] si fa riferimento a specie che dovrebbero essere tutelate dall’attività venatoria (come la marmotta) ed altre che invece sono giustamente definite come problematiche (vedi Cervo e Cinghiale). Il concetto di tutela è giusto ma si dimentica ad esempio che la marmotta è in forte regressione anche laddove la caccia è proibita. Le ragioni della regressione non sono quindi attribuibili all’attività venatoria ma potrebbero piuttosto essere ricondotte alla diminuzione dell’estivazione degli allevamenti bovini (attività di alpeggio), fattore che modifica sostanzialmente l’habitat per questo roditore. È interessante notare che sempre nel medesimo capitolo, laddove si discute la diminuzione della pernice bianca, del fagiano di monte e della lepre variabile sono in diminuzione per via della perdita dei loro ambienti idonei. Peccato che non venga menzionato che gli ambienti idonei erano garantiti dalla gestione agricola e di selvicoltura del territorio.

Pur concedendo ai redattori del PDG di aver effettuato un’eccellente analisi dello status quo del territorio e delle attività ad esso legate, bisogna concludere che il concetto che sta alla base di un Parco nazionale non è sostanzialmente mutato negli ultimi cento anni e che questo concetto oltre ad essere obsoleto non è compatibile con il territorio prealpino ticinese.